Mortizzuolo 03 agosto 2019 

Carissimi,

ciò che si ventilava da tempo è avvenuto in modo improvviso e imprevisto. Le nostre Suore giunte quattro anni fa tra noi, lasceranno la comunità di Mortizzuolo. 

La scarsità crescente di Suore, esigenze impellenti e non deregolabili dell’Istituto trasmesse dalla Superiore Generale Madre Gambirasio, le motivazioni ufficiali per la  repentina notizia.

Nonostante le richieste/riflessioni da parte dello scrivente, supportate dall’Amministatore Apostolico Mons. Castelucci e da Mons. Cavina, la decisione è stata confermata. 

Sicuramente questa decisione porterà inevitabilmente delle conseguenze relative all’organizzazione e all’implementazione delle attività parrocchiali. Il servizio di catechesi parrocchiale, il dopo-scuola, il servizio post-orario della Scuola dell’Infanzia, che valuteremo nelle prossime settimane. 

Ma aldilà di quel che succederà  desidero però sottoporvi una riflessione, perché non bastano le manovre di “ingegneria pastorale” per creare una vera unità. L’unità della Chiesa è il frutto della conversione del cuore. Mettiamoci dunque in ascolto della parola di Dio. 

La parola “amicizia” è una parola evangelica. “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15). 

Nella vita delle comunità cristiane l’ideale di amicizia è oggi molto considerato, perché ci si rende conto che non basta una frequentazione individualistica dei sacramenti. Il Concilio, mettendoci di fronte l’immagine di Popolo di Dio e l’esempio della comunità degli Atti degli Apostoli, ci ha suggerito di sviluppare rapporti più intensi di condivisione. 

Tuttavia, vorrei fare a me e a voi una domanda: “Chi è il mio amico?”. Anzi, credo che la domanda vada fatta a Gesù, come una volta il dottore della legge gli chiese: “Chi è il mio prossimo?”. A quel punto, Gesù rispose raccontandogli la parabola del Buon Samaritano (Lc 10,25-37). Il dottore della legge si chiedeva chi fosse il suo “prossimo” nel senso letterale di “vicino”. Ci sono delle caratteristiche che ogni uomo possiede, che lo rendono più o meno affine a me, più o meno vicino secondo uno schema di cerchi concentrici, al centro del quale mi trovo io. Certamente mi sono prossimi i miei parenti; estenderò questa qualifica anche a coloro che condividono i miei stessi valori, le mie idee, la mia vita, la mia quotidianità; certo, anche i membri del mio popolo possono vantare un titolo per essere riconosciuti prossimi. 

Ma l’umanità non si ferma qui: fino a che punto si deve estendere il legame tra me e gli altri uomini? A quale distanza dal centro la forza di gravità del comandamento dell’amore e della solidarietà cessa di esercitare la sua influenza? 

La risposta di Gesù mette in crisi questa visione. Anzitutto, nulla si dice delle caratteristiche del malcapitato, che giace ferito sulla strada: è semplicemente “un uomo”. Non si sa se sia giudeo, samaritano o pagano; ricco o povero, buono o cattivo; non si conoscono il suo grado di istruzione e le sue idee politiche. Si sa solo che è “mezzo morto”, con il rischio di diventarlo per intero. La ragione per la quale il Samaritano gli si accosta è detta chiara- mente: «Vide e ne ebbe compassione». Il movimento che porta il Samaritano ad accostarsi al poveraccio nasce da una caratteristica del cuore del Samaritano, non dalle qualità del ferito. 

A questo punto, Gesù pone lui la domanda: «Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Gesù chiede di passare da uno sguardo di giudizio sulle qualità dell’altro a un movimento attivo, che considera sol- tanto il bisogno e la povertà di chi ci sta di fronte. 

Che cosa dunque risponderebbe Gesù se gli chiedessimo: “Chi è il mio amico?”. Non è difficile immaginare che ci proporrebbe la stessa parabola e la medesima richiesta: “Tu, di chi ti sei fatto amico?”; naturalmente con gli stessi criteri: anzitutto la povertà e le necessità dell’altro, povertà materiali, certo, ma anche affettive e addirittura spirituali. Di Gesù infatti si dice: «Ecco uno che è amico di pubblicani e di peccatori» (Lc 7,34). 

Dunque, la schiera dei nostri possibili amici è davvero ampia. In conclusione, dovremmo vedere positivamente il paradosso di questo passaggio difficile e travagliato della nostra piccola comunità. 

Se le forze diminuiscono e i bisogni aumentano, ci si può chiedere con preoccupazione quali “servizi” pastorali rischiano di ridursi o scomparire. La preoccupazione è giustificata, se la parrocchia continuerà ad essere vista come un “centro di servizi”, liturgici, educativi, caritativi. Vorrei però dire una cosa che mi preme molto. Si dice che oggi la Chiesa è diventata piccola e che deve prendere atto di questa piccolezza. Io direi che la Chiesa è diventata debole e che questa debolezza può essere la sua forza, come ci ricordava san Paolo qualche settimana fa: 

“Il Signore mi ha detto: Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo…Infatti quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12,9s.). 

Una Chiesa troppo forte, troppo strutturata, troppo sicura di sé, non attrae ma respinge. Se la Chiesa scende dal suo piedistallo e diventa più accessibile, gli uomini vedranno in lei un luogo di fraternità, del quale c’è uno straordinario bisogno. 

Questo vale per tutti e per tutto. Vale per la forma concreta della nostra comunità, vale per lo stile di noi preti, ma vale anche per l’idea che ogni cristiano deve avere di sé. 

Dovremmo ricordare la preghiera di Gesù: 

“Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità”. (Gv 17,15-18). 

Dal punto di vista pastorale e organizzativo, questo ci riporta all’Eucaristia, come centro generante di tutto, come luogo nel quale ogni paura viene sciolta e la mente diventa più lucida, più capace di giudicare secondo lo Spirito. 

Anche per questo, non mi stancherò di suggerire la frequenza all’Eucaristia feriale, non solo a quella domenicale, e a forme anche molto semplici di devozione eucaristica, come una visita di cinque minuti in chiesa. Penso che proprio questo fondamento eucaristico ci aiuterà a stabilire una sincera amicizia tra i membri delle nostra parrocchia.

La prospettiva del futuro incerto potrebbe portarci a disperderci…. ma potrebbe portare questo inatteso beneficio: riaffermare la nostra fiducia nel Signore.

Proprio perché fragili e incerti ci affidiamo a lui che «da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà», come dice la seconda lettera ai Corinzi.

Un cordiale e riconoscente saluto e ringraziamento a Sr.Albarosa, Sr. Mairges e a Sr. Fatima, che avremo modo di salutare in maniera solenne nelle prossime settimane, a noi l’impegno di sentirci coinvolti in questo “nuovo inizio”.

 Don Ermanno Caccia CO

Parrocchia di San Lorenzo Limosino
Via Imperiale, 189 - 41030 Mirandola (MO)

 

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